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| Ruolo del volontariato in Hospice |
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Traccia della conferenza su "Ruolo del volontariato in Hospice" tenuta dalla prof. Vera Negri Zamagni il 16 gennaio 2010
Inizierò questa riflessione ribadendo quella che è stata la radice vincente della nostra civiltà: la centralità della persona, di tutta la persona - corpo e spirito - e di tutte le persone - uguaglianza. La prima realizzazione di una realtà sociale basata sulla centralità della persona risale al movimento monacale che fa capo a San Benedetto e al suo motto "Ora et labora", in cui si ribadisce il legame che la coltivazione dello spirito deve avere con l'affrancamento dai bisogni materiali ottenuta attraverso il miglior utilizzo delle risorse con il lavoro[1]. E' stata questa motivazione una potente molla a spingere verso l'applicazione degli studi al miglioramento delle produzioni e dei servizi ad esse connessi. Più produttive erano le "grange" cistercensi, più tempo restava per la preghiera e gli studi e più monaci si potevano ospitare nelle abbazie cistercensi. In questo modo, e solo in questo modo, si sviluppava "tutto l'uomo" senza recare danni ad altri, sfruttandone il lavoro servile o facendosi pagare delle rendite[2]. Se il lavoro illuminato dal pensiero è stato uno dei piloni portanti della nostra civiltà, il secondo pilone altrettanto fondamentale è stato elaborato dai francescani. San Francesco scelse la strada della povertà volontaria, chiarendo con la sua regola che i beni materiali erano utili solo come mezzo e non come fine e vietando il possesso di danaro ai suoi monaci. I suoi seguaci si impegnarono però anche nell'elaborare un tema ricorrente, ossia l'uso della ricchezza. Essi argomentarono che coloro che hanno ricchezze non le possono lasciare immobilizzate né le possono consumare al di là di un "ragionevole" ammontare per i propri bisogni, ma le devono mettere a disposizione della comunità a scopi di sviluppo di "tutti gli uomini". Ciò avviene principalmente attraverso l'investimento in attività che fanno crescere la produzione, dando lavoro a chi non riesce a procurarselo da sè, in questo modo facendo diminuire la povertà involontaria e aumentare la possibilità per tutti di coltivare lo spirito. Era nata la categoria di "bene comune", che spinge il progresso ad ispirarsi al comandamento dell'amore[3]. La recente enciclica di Benedetto XVI Caritas in Veritate ribadisce questo concetto più volte, specialmente al 53 ("Lo sviluppo dei popoli dipende soprattutto dal riconoscimento di essere una sola famiglia"), al 54 ("Il tema dello sviluppo coincide con quello dell'inclusione relazionale di tutte le persone e di tutti i popoli nell'unica comunità della famiglia umana"). Sembra incredibile, ma le due chiavi del lavoro illuminato dal pensiero e del bene comune hanno scatenato forze incomprimibili di superamento della routine, permettendo alla civiltà europea a partire dalle città italiane medioevali[4] incredibili sviluppi che hanno avuto un'influenza sull'intero mondo, se è vero come è vero che tutti i modelli di crescita industriale - quello americano come quello giapponese, ma anche quello indiano come quello cinese nelle loro versioni attuali - si ispirano al modello europeo, sia pur inserito in contesti culturali diversi. Naturalmente, l'applicazione dei due concetti di base - lavoro per ciascuno e per tutti e bene comune - non sono facili da realizzare e convivono con deviazioni continue e cadute di tensione ideale. In particolare, che cosa oggi mina alle radici la società costruita sui due antichi piloni? Fra i tanti problemi delle società contemporanee, mi voglio soffermare in questa riflessione su tre, che mi sembrano particolarmente collegati con il tema del volontariato in hospice. Li tratterò sottoforma di miti.
•1. Il mito della tecnica. Si tratta di un'estremizzazione del potere della tecnica, che da strumento benvenuto per rendere meno pesante e più produttivo il lavoro, viene eretto a fine, nutrendo l'idea dell'onnipotenza dell'uomo e nascondendo invece la realtà della sua fragilità. Chi obbedisce a questo mito finisce col credere che tutto ciò che la tecnica permette vada per ciò stesso fatto, mentre tutto ciò che la tecnica non permette vada abbandonato al suo destino. E' così che si giustificano tutte le spese in oggetti tecnologici, non importa quale sia il loro impatto sull'educazione (penso alle play-station che rendono i bambini isolati e astratti dalle relazioni umane e dalla realtà), sulla famiglia (penso alle televisioni sempre accese che uccidono la conversazione), sulla società (penso agli armamenti di morte), persino sulla vita (penso alle manipolazioni genetiche illimitate). E' così che quando si presenta un problema, si corre subito alla sua soluzione "tecnica" (farmaci, trattamenti psichiatrici, regolamentazioni finanziarie) e non ci si chiede invece quali squilibri umani stiano al fondo di molti dei danni fisici, sociali ed economici che produciamo e subiamo. Non ci si interroga più su se stessi, ma si pensa che la soluzione a tutto venga dall'esterno, se solo si trova l'input tecnico giusto.
•2. Il mito dell'efficienza. Anche in questo caso, si tratta dell'estremizzazione di uno strumento, quello di realizzare le attività umane senza inutili sprechi di risorse, scambiato per fine. Chi obbedisce a questo mito è disposto a fare solo le cose che finiscono con un successo, che producono risultati "tangibili" e ad abbandonare al proprio destino tutti i casi irrisolvibili ed intrattabili. Questo mito porta ad educare solo i bravi e spesso si ammanta del concetto di meritocrazia. Una distinzione è qui utile. E' certo che quando si è in presenza di un concorso si deve promuovere chi ha i requisiti più adatti per il posto di lavoro che si è messo a bando e non il parente, l'amico o il raccomandato. Se la meritocrazia è questo, va bene. Ma se con il concetto di meritocrazia si finisce con il pensare che solo i bravi possono avere un'educazione e un lavoro, allora si viene meno al principio che tutte le persone hanno pari dignità e hanno il diritto di avere educazione e lavoro, qualsiasi siano i loro talenti. L'implicazione che il mito dell'efficienza ha sul sistema sanitario porta oggi a curare solo chi può essere guarito. Ed ecco dunque l'importanza degli hospice, delle cure domiciliari palliative, per prendere in carico anche quei malati che hanno il diritto di essere curati al di là della possibilità di guarirli.
•3. Il mito dell'interesse. Si tratta di un'estremizzazione della natura umana, che viene vista come inevitabilmente egoista nel suo agire economico (ma anche politico etc.), invece che nella sua ambivalenza, che può propendere per scelta libera verso l'egoismo o verso la solidarietà. La principale responsabilità di questo mito applicato all'economia, oggi divenuta così dominante nella società, va addossata agli economisti degli ultimi due secoli (non prima) che hanno ritenuto di porre a fondamento dell'agire economico solo una finalità auto-interessata. E' da poco tempo che si sta vedendo una reazione a questa teorizzazione, con l'identificazione di tre categorie antropologiche di persone: i pro-sociali (altruisti, reciprocanti), gli a-sociali (ambivalenti) e gli anti-sociali (egoisti). Si è visto che quando la categoria dei pro-sociali diventa troppo esigua, le società si degradano, la fiducia scompare, si avvera la famosa massima di Hobbes homo homini lupus, il conflitto diventa endemico, l'incertezza generale e le crisi economiche ricorrenti. Secondo questo mito, non è possibile agire economicamente in modo non egoistico, e dunque tutte le attività di cooperative, imprese sociali, fondazioni non profit non sarebbero attività di impresa.
Come sfatare questi miti? Ricordandoci che le più belle realtà della vita ci derivano dal dono: la vita stessa; l'amore; la bellezza; la saggezza; la simpatia; la felicità. Recenti ricerche sulla felicità[5] dimostrano che solo a livelli molto bassi di reddito l'aumento del reddito aumenta la felicità, dopo un certo livello intermedio, invece, mentre il reddito continua ad aumentare, la felicità diminuisce. E poi lavorando a contrastare i miti sopra richiamati:
In questo modo, manterremo in vita quella "massa critica" di persone pro-sociali che acquistano visibilità. La testimonianza fattiva infatti è il miglior modo per persuadere gli a-sociali, di loro natura ambivalenti, ad accompagnarsi ai pro-sociali invece che agli anti-sociali e per far sì che l'ambiente in cui viviamo diventi una società più umana e sostenibile nel tempo. [1] V. Zamagni, Carta Caritatis, voce del Dizionario di economia civile a cura di L. Bruni e S. Zamagni, Roma, Città Nuova, 2009. [2] La "rendita" in qualunque sua forma è sempre un modo di assorbire risorse sfruttando altri, mentre il lavoro produce direttamente le risorse necessarie alla vita quotidiana. [3] Per un'elaborazione del pensiero dei francescani, si veda G. Todeschini, Ricchezza francescana. Dalla povertà volontaria alla società di mercato, Bologna, Il Mulino, 2004. [4] Per una illustrazione completa dell'influenza che le città italiane medioevali hanno avuto sul progresso economico dell'occidente, si veda A. Greif, Institutions and the path to the modern economy. Lessons from medieval trade, Cambridge, CUP, 2006. [5] L. Becchetti, Oltre l'homo oeconomicus. Felicità, responsabilità, economia delle relazioni, Roma, Città Nuova, 2009. |


